• All’inizio del 2015 ho scovato online questo straordinario racconto. Letto in inglese, dopo ho voluto leggerne la traduzione in italiano che, purtroppo, mi ha lasciato un po’ perplesso. Messomi in contatto con Andy Weir, l’autore del racconto originale, ho da lui avuto l’autorizzazione a pubblicarne una mia personale traduzione.

    (questo racconto e altro disponibile qui sul mio blog)

    L’uovo (di Andy Weir – traduzione di Ivan Perilli)

    Stavi tornando a casa quando sei morto.

    È stato un incidente d’auto. Niente di particolarmente spettacolare, ma comunque fatale. Hai lasciato una moglie e due bambini. Non è stata una morte dolorosa. Al pronto soccorso ce l’hanno messa tutta per salvarti ma non c’è stato verso. Il tuo corpo era ridotto così male che è stato meglio così, credimi.

    Ed ecco che hai incontrato me.

    “Cosa… cosa è successo?” hai chiesto “Dove sono?”

    “Sei morto”. Ho detto, tutto qua. Non c’era bisogno di giri di parole.

    “C’era un camion e stava slittando…”

    “Già.

    “Sono… sono morto?”

    “Sì, ma non la prendere a male. Tutti muoiono.” Ti ho detto.

    Ti sei guardato intorno. C’era il nulla. Solo io e te. “cos’è questo posto?” Hai chiesto “È questo l’aldilà?”

    “Più o meno.”

    “Tu sei Dio?”

    “Essì,” ho risposto ”sono Dio.”

    “I miei figli… mia moglie…”

    “Cosa vuoi sapere di loro?”

    “Staranno bene?”

    “Questo è quel che mi piace sentire.” ho detto “Sei appena morto e la tua prima preoccupazione è la tua famiglia. Sono cose belle.”

    Mi guardi stranito. Non ti sembro Dio. Ti sembro un uomo qualsiasi. O magari una donna. Una vaga figura autoritaria, forse. Più un maestro di scuola elementare che l’Altissimo.

    “Non preoccuparti. Staranno bene. I tuoi figli ti ricorderanno perfetto sotto ogni punto di vista. Non hanno avuto il tempo di crescere e scoprire i tuoi difetti. Tua moglie piangerà dal di fuori ma dentro di sè si sentirà meglio. Diciamocelo, il vostro matrimonio stava cadendo a pezzi. Se può farti sentire meglio, tua moglie si sentirà tremendamente in colpa di sentirsi meglio.”

    “Oh” hai mormorato “Quindi ora che succede? Devo andare in paradiso o all’inferno o qualcosa del genere?”

    “Nessuna delle due. Ti reincarnerai.”

    “Ah” hai detto “quindi gli Indù avevano ragione.”

    “Tutte le religioni hanno ragione, a modo loro. Seguimi.”

    Mi hai seguito mentre vagavamo nel nulla. “Dove stiamo andando?”

    “Da nessuna parte. Però è più carino passeggiare mentre parliamo.”

    “Ma allora qual è il punto?” Hai chiesto. “Quando rinascerò ripartirò da zero, giusto? Un neonato. Quindi tutta le mie esperienze e quello che ho fatto in questa vita non significheranno nulla.”

    “Non è proprio così. Hai dentro di te tutta la conoscenza e le esperienze delle tue vite precedenti, è solo che ora non te le ricordi.”

    Mi sono fermato e ti ho afferrato per le spalle. “La tua anima è ben più magnifica, bella e grandiosa di quel che tu possa immaginare. La mente umana può contenere solo una piccola frazione di quello che sei. È come quando metti il dito in un bicchiere d’acqua per vedere se è calda o è fredda. Metti una microscopica parte di te nel contenitore, e quando la tiri fuori hai ottenuto tutta l’esperienza che c’era da prendere.”

    “Sei stato in un uomo solo per quarantotto anni, per questo non ti sei stiracchiato bene e non hai percepito tutto il resto della tua immensa coscienza. Se rimanessimo qui a parlare per un po’, inizieresti a ricordare tutto, ma non avrebbe comunque senso farlo tra una vita e l’altra.”

    “Quante volte mi sono già reincarnato allora?”

    “Oh tante. Ma proprio tante tante. E in un sacco di vite differenti.” Ti ho detto. “A questo giro sarai una contadina cinese del 540 dC.”

    “Un attimo, come?” hai balbettato. “Mi mandi indietro nel tempo?”

    “Beh, tecnicamente diciamo di sì. Il tempo, per come lo conosci tu, esiste solo nel tuo universo. Le cose sono diverse da dove vengo io.”

    “E da dove vieni?” mi hai chiesto.

    “Ah certo.” ti ho spiegato. “Vengo da un luogo, da un’altra parte, diversa. E ci sono altri come me. Lo so che vorresti sapere di cosa sto parlando ma, onestamente, non credo che capiresti.”

    “Oh” hai detto, un po’ deluso. “Ma aspetta. Se vengo reincarnato in altri posti nel tempo, allora a un certo punto potrei aver interagito anche con me stesso.”

    “Certo, succede spessissimo. E con entrambe le vite consapevoli solo della propria esistenza, non te ne rendi nemmeno conto.”

    “Quindi qual è il punto di tutto ciò?”

    “Sul serio?” ti ho chiesto. “Davvero mi stai chiedendo il significato della vita? Non è un po’ uno stereotipo?”

    “Mi sembra una domanda ragionevole.” Hai insistito.

    Ti ho guardato negli occhi. “Il significato della vita, il motivo per cui ho fatto tutto l’Universo, è per te, per farti maturare.”

    “Me inteso come l’uomo? Vuoi che maturiamo come specie?”

    “No, solo te, singolo. Ho fatto tutto l’Universo per te. Con ogni nuova vita tu cresci e maturi e diventi più grande e più intelligente.”

    “Solo io? E tutti gli altri?”

    “Non c’è nessun altro.” Ho detto. “In questo universo ci siamo solo tu e io.”

    Mi hai guardato perplesso. “Ma tutte le persone sulla Terra…”

    “Tutte te. Diverse incarnazioni di te.”

    “Aspetta. Io sono tutti!?”

    “Ecco, ci stai arrivando” ho detto, dandoti una pacca sulla spalla, a mo’ di congratulazioni.

    “Sono ogni essere umano mai esistito?”

    “E che mai esisterà, sì.”

    “Sono Abramo Lincoln?”

    “E pure chi l’ha ammazzato, John Wilkes Booth.” Ho aggiunto.

    “Sono Hitler?” hai detto, sconcertato.

    “E le milioni di persone che ha ucciso.”

    “Sono Gesù?”

    “E tutti quelli che l’hanno seguito”.

    Ti sei ammutolito.

    “Ogni volta che te la sei presa con qualcuno,” ti ho detto “te la sei presa con te stesso. Ogni atto di gentilezza che hai fatto, l’hai fatto a te. Ogni momento brutto o bello, passato da qualsiasi essere umano è stato, o sarà, passato da te.”

    Sei rimasto a pensare per un po’.

    “Perché?” mi hai chiesto. “Perché tutto questo?”

    “Perché un giorno diventerai come me. Perché questo è quello che sei. Sei uno della mia specie. Sei mio figlio.”

    “Wow” hai detto, incredulo. “Vuoi dire che sono un dio?”

    “No, non ancora. Sei un feto. Stai ancora crescendo. Una volta che avrai vissuto ogni singola vita umana di tutti i tempi, allora sarai cresciuto abbastanza per poter nascere.”

    “Quindi tutto l’Universo” hai detto “è solo…”

    “Un uovo.” ho risposto. “Ora è arrivato il momento di passare alla tua prossima vita.”

    E ti ho mandato per la tua strada.

    Stavi tornando a casa quando sei morto.

    È stato un incidente d’auto. Niente di particolarmente spettacolare, ma comunque fatale. Hai lasciato una moglie e due bambini. Non è stata una morte dolorosa. Al pronto soccorso ce l’hanno messa tutta per salvarti ma non c’è stato verso. Il tuo corpo era ridotto così male che è stato meglio così, credimi.

    Ed ecco che hai incontrato me.

    “Cosa… cosa è successo?” hai chiesto “Dove sono?”

    “Sei morto”. Ho detto, tutto qua. Non c’era bisogno di giri di parole.

    “C’era un camion e stava slittando…”

    “Già.

    “Sono… sono morto?”

    “Sì, ma non la prendere a male. Tutti muoiono.” Ti ho detto.

    Ti sei guardato intorno. C’era il nulla. Solo io e te. “cos’è questo posto?” Hai chiesto “È questo l’aldilà?”

    “Più o meno.” ho detto.

    “Tu sei Dio?” hai chiesto.

    “Essì,” ho risposto ”sono Dio.”

    “I miei figli… mia moglie…” hai chiesto.

    “Cosa vuoi sapere di loro?”

    “Staranno bene?”

    “Questo è quel che mi piace sentire.” ho detto “Sei appena morto e la tua prima preoccupazione è la tua famiglia. Sono cose belle.”

    Mi guardi stranito. Non ti sembro Dio. Ti sembro un uomo qualsiasi. O magari una donna. Una vaga figura autoritaria, forse. Più un maestro di scuola elementare che l’Altissimo.

    “Non preoccuparti” ho detto “Staranno bene. I tuoi figli ti ricorderanno perfetto sotto ogni punto di vista. Non hanno avuto il tempo di crescere e scoprire i tuoi difetti. Tua moglie piangerà dal di fuori ma dentro di sè si sentirà meglio. Diciamocelo, il vostro matrimonio stava cadendo a pezzi. Se può farti sentire meglio, tua moglie si sentirà tremendamente in colpa di sentirsi meglio.”

    “Oh” hai detto “Quindi ora che succede? Devo andare in paradiso o all’inferno o qualcosa del genere?”

    “Nessuna delle due.” Ti ho detto “Ti reincarnerai.”

    “Ah” hai detto “quindi gli Indù avevano ragione.”

    “Tutte le religioni hanno ragione, a modo loro.” Ho detto. “Seguimi.”

    Mi hai seguito mentre vagavamo nel nulla. “Dove stiamo andando?”

    “Da nessuna parte.” Ho detto “Però è più carino passeggiare mentre parliamo.”

    “Ma allora qual è il punto?” Hai chiesto. “Quando rinascerò ripartirò da zero, giusto? Un neonato. Quindi tutta le mie esperienze e quello che ho fatto in questa vita non significheranno nulla.”

    “Non è proprio cosi.” Ho detto “Hai dentro di te tutta la conoscenza e le esperienze delle tue vite precedenti, è solo che ora non te le ricordi.”

    Mi sono fermato e ti ho afferrato per le spalle. “La tua anima è ben più magnifica, bella e grandiosa di quel che tu possa immaginare. La mente umana può contenere solo una piccola frazione di quello che sei. È come quando metti il dito in un bicchiere d’acqua per vedere se è calda o è fredda. Metti una microscopica parte di te nel contenitore, e quando la tiri fuori hai ottenuto tutta l’esperienza che c’era da prendere.”

    “Sei stato in un uomo solo per quarantotto anni, per questo non ti sei stiracchiato bene e non hai percepito tutto il resto della tua immensa coscienza. Se rimanessimo qui a parlare per un po’, inizieresti a ricordare tutto, ma non avrebbe comunque senso farlo tra una vita e l’altra.”

    “Quante volte mi sono già reincarnato allora?”

    “Oh tante. Ma proprio tante tante. E in un sacco di vite differenti.” Ho detto. “A questo giro sarai una contadina cinese del 540 dC.”

    “Un attimo, come?” hai balbettato. “Mi mandi indietro nel tempo?”

    “Beh, tecnicamente diciamo di sì. Il tempo, per come lo conosci tu, esiste solo nel tuo universo. Le cose sono diverse da dove vengo io.”

    “E da dove vieni?” hai detto.

    “Ah certo.” ti ho spiegato. “Vengo da un luogo, da un’altra parte, diversa. E ci sono altri come me. Lo so che vorresti sapere di cosa sto parlando ma, onestamente, non credo che capiresti.”

    “Oh” hai detto, un po’ deluso. “Ma aspetta. Se vengo reincarnato in altri posti nel tempo, allora a un certo punto potrei aver interagito anche con me stesso.”

    “Certo, succede spessissimo. E con entrambe le vite consapevoli solo della propria esistenza, non te ne rendi nemmeno conto.”

    “Quindi qual è il punto di tutto ciò?”

    “Sul serio?” ti ho chiesto. “Davvero mi stai chiedendo il significato della vita? Non è un po’ uno stereotipo?”

    “Mi sembra una domanda ragionevole.” Hai insistito.

    Ti ho guardato negli occhi. “Il significato della vita, il motivo per cui ho fatto tutto l’Universo, è per te, per farti maturare.”

    “Me inteso come l’uomo? Vuoi che maturiamo come specie?”

    “No, solo te, singolo. Ho fatto tutto l’Universo per te. Con ogni nuova vita tu cresci e maturi e diventi più grande e più intelligente.”

    “Solo io? E tutti gli altri?”

    “Non c’è nessun altro.” Ho detto. “In questo universo ci siamo solo tu e io.”

    Mi hai guardato perplesso. “Ma tutte le persone sulla Terra…”

    “Tutte te. Diverse incarnazioni di te.”

    “Aspetta. Io sono tutti!?”

    “Ecco, ci stai arrivando” ho detto, dandoti una pacca sulla spalla, a mo’ di congratulazioni.

    “Sono ogni essere umano mai esistito?”

    “E che mai esisterà, sì.”

    “Sono Abramo Lincoln?”

    “E pure chi l’ha ammazzato, John Wilkes Booth.” Ho aggiunto.

    “Sono Hitler?” hai detto, sconcertato.

    “E le milioni di persone che ha ucciso.”

    “Sono Gesù?”

    “E tutti quelli che l’hanno seguito”.

    Ti sei ammutolito.

    “Ogni volta che te la sei presa con qualcuno,” ho detto “te la sei presa con te stesso. Ogni atto di gentilezza che hai fatto, l’hai fatto a te. Ogni momento brutto o bello passato da qualsiasi essere umano è stato, o sarà, passato da te.”

    Sei rimasto a pensare per un po’.

    “Perché?” mi hai chiesto. “Perché tutto questo?”

    “Perché un giorno diventerai come me. Perché questo è quello che sei. Sei uno della mia specie. Sei mio figlio.”

    “Wow” hai detto, incredulo. “Vuoi dire che sono un dio?”

    “No, non ancora. Sei un feto. Stai ancora crescendo. Una volta che avrai vissuto ogni singola vita umana di tutti i tempi, allora sarai cresciuto abbastanza per poter nascere.”

    “Quindi tutto l’Universo” hai detto “è solo…”

    “Un uovo.” ho risposto. “Ora è arrivato il momento di passare alla tua prossima vita.”

    E ti ho mandato per la tua strada.


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